Dopo un’attesa di oltre cinque anni, la battaglia legale tra l’organizzazione austriaca per la tutela della privacy, None of Your Business (Noyb), e il gigante tecnologico Google ha finalmente raggiunto un momento decisivo. Avviata nel gennaio 2019, questa causa ha messo in discussione le pratiche di gestione dei dati di Google, con particolare attenzione al popolare servizio di streaming YouTube. Noyb ha accusato Google di violare il “diritto di accesso” previsto dall’articolo 15 del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) dell’Unione Europea, il quale garantisce a ogni cittadino il diritto di ricevere una copia dei propri dati personali e informazioni dettagliate sul loro utilizzo da parte delle aziende.
Le indagini condotte da Noyb hanno rivelato un quadro allarmante: molte piattaforme, anche quelle che utilizzano sistemi automatizzati, non solo fornivano dati incompleti, ma in alcuni casi ignoravano del tutto le richieste degli utenti. Questo ha sollevato dubbi sulla trasparenza e sull’affidabilità delle pratiche di gestione dei dati da parte di Google.
Il sistema di “portale” di Google
L’autorità austriaca ha criticato il sistema di “portale” di Google, definendolo un meccanismo che costringe gli utenti a diventare investigatori digitali per recuperare i propri dati. Le e-mail inviate da Google agli utenti li invitavano a raccogliere informazioni da diverse piattaforme, come Google Account, My Activity e Google Dashboard, per poi scaricare i file tramite un altro strumento, Google Takeout. Tuttavia, i formati di file, spesso in JSON, risultavano illeggibili per la maggior parte delle persone, complicando ulteriormente il processo.
La Dati Schutzbehörde (DSB) ha dichiarato che questa prassi non solo è inadeguata, ma viola anche la legge, poiché sposta l’onere della ricerca dai colossi della tecnologia agli utenti stessi. Inoltre, il sistema non riesce a fornire una copia completa e comprensibile dei dati personali, come invece richiesto dalla normativa.
La strategia di Google e il ruolo dell’Irlanda
Un aspetto interessante di questa vicenda è il tentativo di Google di gestire il caso in Irlanda, un paese noto per la sua burocrazia lenta in materia di protezione dei dati. La Commissione irlandese per la protezione dei dati (DPC) ha ricevuto critiche per la sua inefficienza, e il fondatore di Noyb, Max Schrems, ha persino accusato l’autorità di avere una “comprensione estremamente povera delle disposizioni di legge del GDPR”. Questo tentativo di Google di far gestire il caso in Irlanda ha allungato notevolmente i tempi, rendendo la situazione ancora più complessa.
Le conseguenze della sentenza
Grazie alla recente sentenza, YouTube ha ora un termine di quattro settimane per fornire agli utenti una copia completa e comprensibile dei loro dati. Google, naturalmente, ha la possibilità di appellarsi a questa decisione, ma il verdetto rappresenta un passo significativo nella lotta per la trasparenza e la protezione dei dati personali. Questo caso non solo evidenzia le sfide legate alla gestione dei dati da parte delle grandi aziende, ma sottolinea anche l’importanza di garantire che i diritti degli utenti siano rispettati in un’era sempre più digitale.